La Penna Rossa

Nello Corrado, la luce di Dasà nella pittura del Novecento

Il volume di Giuseppe Corrado ripercorre la vita e le opere di una figura centrale nell'arte del secolo scorso
03/02/2026
copertina

“Vincenzo (Nello) Corrado – Vita e opere di un pittore calabrese del ’900”: si intitola così il libro che Giuseppe Corrado – dasaese ed ex sindaco del centro vibonese – ha pubblicato recentemente per ricordare e omaggiare l’estro e la creatività del padre.

Una figura, quella del genitore, definita da importanti storici e professionisti del settore, con cognizione di causa, come uno dei più rilevanti pittori calabresi del Novecento, con una storia legata a doppio filo a Dasà. È qui, infatti, che l’artista nasce e si spegne nel 1976 (il prossimo 25 settembre ricorreranno esattamente cinquant’anni dalla scomparsa). Nel mezzo, una vita costellata di successi in tutto il Belpaese, accompagnata da importanti riconoscimenti.

Santo Lico, presidente della Fondazione Santo Lico – realtà impegnata nella promozione e tutela dell’arte e della cultura dei territori – lo definisce «uno degli interpreti più autentici del realismo lirico meridionale del Novecento, capace di affermare una voce propria, distinta, intimamente radicata nella luce e nelle atmosfere della sua terra», evidenziandone la «capacità di unire appartenenza territoriale, sensibilità psicologica e rigore tecnico».

Un pensiero condiviso anche da Giancarlo Di Fede che, nel suo ricordo, sottolinea l’uso della spatola, «strumento che gli sarà straordinariamente congeniale – scrive riferendosi al protagonista dell’opera – per definire una sua precisa e singolare identità artistica e consolidare un originale e riconoscibile stile». Un’altra peculiarità rimarcata nel suo intervento è la capacità di Corrado di «documentare, raccontare e trasferire per immagini la condizione di un’umanità confinata nella propria emarginazione popolare e, insieme, di una cultura subalterna che provò a resistere all’oblio».

Gran parte delle pagine del volume riproducono alcune delle sue opere, nelle quali trovano spazio anche immagini di parenti e scorci del paese natio, come località Bracciara, Largo San Giovanni e Marzano, oltre a un panorama sulla montagna di Acquaro. Segno tangibile dell’attaccamento alla sua terra, lasciata per motivi professionali solo per un breve arco di tempo.

Una terra che fa anche da spartiacque tra la prima e la seconda stagione artistica della sua carriera: nel 1940, subito dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale e con un percorso ormai avviato verso traguardi prestigiosi, il maestro del pennello torna da Roma a Dasà per sostenere e dedicarsi ai bisogni della famiglia, in seguito alla morte del padre. Per circa un ventennio, per le cause citate, Corrado mette da parte aspirazioni e ambizioni artistiche per dedicarsi agli affetti, reinventandosi sul piano lavorativo. Diventa fotografo professionista e apre due studi – uno nel suo comune – oltre a coltivare la passione per la musica come violinista autodidatta.

Competenze e conoscenze maturate già in età adolescenziale grazie allo zio materno, don Giuseppe Palmieri, religioso, intellettuale e figura eclettica del panorama culturale locale.

Alla fine degli anni Sessanta, con rinnovato ardore, l’artista torna alla pittura, ottenendo in breve tempo nuove e significative gratificazioni.

La carriera del pittore dasaese, dunque, non ha seguito un cammino lineare ma, proprio per questo, si rivela unica e ricca di spunti che travalicano il mondo dell’arte. Sia per la scelta di vita – dedicarsi completamente alla famiglia, accantonando un percorso che stava giungendo all’apice, a testimonianza di un grande spessore umano prima ancora che artistico – sia per i traguardi raggiunti in un arco temporale relativamente limitato.

Con vent’anni in meno di “attività sul campo”, Corrado vanta comunque, tra i tanti riconoscimenti, la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1938, un Diploma di consigliere nel campo della pittura conferito dalla National University Dominion of Canada nel 1974 e numerosi riferimenti sulla stampa nazionale, tra cui L’Osservatore Romano e Il Messaggero, il quotidiano più diffuso nella Capitale.

Che storia staremmo raccontando oggi se quel periodo di vacatio non fosse mai esistito? È questo l’interrogativo che affiora con maggiore forza nei pensieri dei suoi estimatori. Resta, in ogni caso, un’eredità storica, culturale e popolare di inestimabile valore, della quale il volume – edito da Libritalia in collaborazione con il Comune di Dasà e la Fondazione Santo Lico – rappresenta solo una delle molteplici sfaccettature.

contatti